Fauna dantesca infernale

Sin dall’antichità il buio e misterioso mondo sotterraneo è stato visto come un concentrato di quanto di più inospitale si potesse immaginare per qualunque vivente, abitato solo dai morti o da mostri sovrannaturali, e appare quasi scontato che anche Dante vi avesse collocato l’inferno. Un immaginario così radicato che il primo vero animale cavernicolo scoperto, la salamandra cieca denominata proteo, fu inizialmente scambiato per un cucciolo di drago.

Oggi sappiamo che le grotte di molte aree del mondo sono in realtà ricche di vita, popolate non da mostri, ma creature del buio talora effettivamente bizzarre, per le quali l’ambiente sotterraneo rappresenta una casa sicura, che sin da prima delle glaciazioni ha offerto loro protezione da sbalzi di temperatura e di umidità esterni, per loro insopportabili. Si tratta perlopiù di crostacei, ragni, insetti e altri animali, spesso piccoli, parte dei quali conduce nelle grotte l’intera esistenza, con specie che possono arrivare a livelli estremi di adattamento all’ambiente sotterraneo: cieche, depigmentate, con appendici sensoriali (peli, antenne, ecc.) allungatissime a compensare la perdita della vista e altre peculiarità anatomiche e fisiologiche.

Leptodirus hochenwarti

Dalla scoperta proprio qui nel Carso classico del già citato proteo (Proteus anguinus, anfibio descritto nel 1768) e successivamente del leptodiro (Leptodirus hochenwarti, coleottero descritto nel 1832), sono ormai molte migliaia le specie esclusivamente cavernicole conosciute, e ogni anno se ne continuano a scoprire di nuove.

I nomi assegnati a ciascuna di esse richiamano spesso quello della grotta o località dove queste specie sono state trovate, o di coloro che le hanno raccolte, o di peculiarità anatomiche che le caratterizzano; ma i descrittori non hanno mancato di attingere largamente anche alla fantasia di Dante, ed al viaggio all’inferno da questi immaginato, ispirandosi secondo la leggenda alla grotta slovena per questo a lui dedicata (Grotta di Dante, presso Tolmino).

Niphargus stygius

Ad esempio, per restare sul Carso, nelle acque delle vaschette di concrezione vive il microscopico crostaceo Speocyclops infernus, assieme al più grande Niphargus stygius, crostaceo predatore di oltre 1 cm il cui nome si ispira alla dantesca palude stigia infernale.

Anophthalmus spectabilis stygius

Analogo richiamo dantesco si trova nel nome del coleottero Anophthalmus spectabilis stygius, predatore terrestre vagamente simile ad una formica gialla di circa 7 millimetri, esclusivo di una singola grotta del Carso sloveno.

In Friuli troviamo l’affine e simile Anophthalmus charon, scoperto superando con l’aiuto di un canotto le acque sotterranee di una grotta delle Prealpi carniche e il cui nome si ispira non a caso al traghettatore infernale che Dante riprende dalla religione greca e romana.

Spelaeodromus pluto

Nella catena dinarica del Velebit, in Croazia, troviamo un altro piccolo coleottero cavernicolo altamente specializzato, affine a Leptodirus, che come quest’ultimo si nutre di materiale organico morto: Spelaeodromus pluto, dedicato al dio degli inferi della mitologia romana, Plutone, custode del IV cerchio infernale dell’inferno dantesco.

Hadesia

Al regno dell’Ade, o degli inferi (da Hades, personaggio della mitologia greca, sinonimo di Plutone nella mitologia romana), è dedicato Hadesia, genere balcanico di eccezionali coleotteri cavernicoli affini a Leptodirus e Spelaeodromus, con un apparato boccale filtratore per ricavare nutrimento dalle acque di stillicidio. A descriverlo con tale nome fu nel 1911 Giuseppe Müller, entomologo e pioniere della biospeleologia destinato successivamente a diventare conservatore e poi direttore del Museo di Storia Naturale di Trieste.

Ancora dedicato a Plutone è Aphaenops pluto, coleottero predatore delle grotte dei Pirenei francesi, dove si trova anche l’affine Aphaenops cerberus, ispirato al mostro a tre teste della mitologia greca posto anche da Dante a guardia dell’ingresso dell’inferno. Le specie del genere Aphaenops sono imparentate con quelle nostrane del genere Anophthalmus, ma più specializzate, con zampe e antenne più allungate.

Persino nelle grotte della lontana Nuova Zelanda vive un coleottero cavernicolo dello stesso gruppo di Anophthalmus e Aphaenops, straordinariamente simile quelli pirenaici: Erebotrechus infernus, il cui nome ancora una volta associa – immeritatamente – il misterioso e affascinante habitat sotterraneo all’inferno. La presenza in terre così distanti tra loro di specie dello stesso gruppo, peraltro non volatrici e incapaci di uscire dalle grotte, è prova dell’antica origine di questi animaletti, con affinità che possono risultare anteriori alla deriva dei continenti.

No, Cerbero non è solo lì sotto: anche oltre il fiume dell’Ade c’è vita, con creature reali i cui adattamenti a tutti i livelli (dai più simili a quelli esterni, ai più modificati) rappresentano incredibili prove dell’evoluzione e la cui antichità ne fa talora veri fossili viventi. Per studiosi come evoluzionisti, biogeografi, tassonomi e biospeleologi in genere, il sottosuolo, più che all’inferno, si avvicina senza dubbio al paradiso.